La lingua gallurese: un viaggio tra Corsica e Sardegna da tutelare

I danni della LSC e l’omogeneizzazione culturale: problemi e possibili soluzioni

Per parlare della lingua gallurese, mi reco nel piccolo bar della frazione di Crisciuleddu (Luogosanto) dove incontro il Presidente della Consulta Intercomunale Gallura, Quintino Mossa.

L’obiettivo è discutere sulla situazione attuale della lingua gallurese, individuare le difficoltà di comunicazione con la Regione. Capire inoltre quale tipologia di rapporto esiste con la Corsica, isula suredda o cugina? E sulla questione corsa, Quintino mi rassicura subito:

Le lingue sono cugine, affini, anche se ci sono notevoli differenze. Le isole comunicano da tempo ma sono sempre appartenute a degli Stati e influenze un po’ diverse: la Sardegna fino al 1720 era spagnola e la Corsica era prima ligure, e dalla fine del ‘700 è diventata francese. E lo è tuttora. La cultura francese, italiana e le lingue corrispettive hanno avuto influenze notevoli come lo spagnolo sui modi espressivi e culturali. Ci sono delle differenze dovute alla storia.

Come potremmo definire allora il gallurese?

Si tratta di un sardo-gallurese, un sardo settentrionale con affinità a Sassari, Stintino, Sorso, Sedini etc. con minoranze a Perfugas. Non è una variante sardo-corsa come spesso si trova sui libri, ma un sardo-gallurese che ha affinità col corso perché probabilmente appartenevano allo stesso gruppo. Il glottologo Mario Alinei definisce questo gruppo “italide”, diffuso nel Mediterraneo dalla Sicilia alla Toscana.

È interessante l’idea di appartenenza ad una stessa grande famiglia. Questo spezzerebbe l’idea che l’influenza tra le due lingue sia stata operata esclusivamente dal corso?

Qui si è sempre parlato gallurese, e in Corsica il corso: sono lingue affini perché c’erano genti simili da una parte e dall’altra.

I Corsi vivevano in Gallura e in Corsica: noi oggi siamo galluresi e loro continuano ad essere corsi. Il ceppo di origine è lo stesso: del resto, chi ti dice che una lingua non sia rimasta in continuità nei secoli simile o imparentata e che si siano influenzati a vicenda? Invece di pensare esclusivamente che sia stata l’una a influenzare l’altra e basta.

L’intervista con Quintino è un’occasione per scoprire quello che è successo in Gallura, e sul perché la Regione Sardegna non protegge le lingue minoritarie con una legge adeguata. E per spiegare i danni dell’orgoglio, cerchiamo di capire le conseguenze della LSC (Limba Sarda Comuna, lingua sarda comune) sulle minoranze.

Come mai questa polemica con la LSC?

La polemica nasce quando si afferma “i veri sardi siamo noi e il resto sono alloglotti e non va considerata la loro lingua e cultura”. Alloglotti, seguendo la logica, lo sarebbero però anche i logudoresi che sono latini. Dunque chi sarebbero i sardi puri? Quelli che mugugnavano con suoni inarticolati? È giunto il momento di uscire da questa orribile definizione.

Inoltre con che cosa lo dimostrano? Con gli scritti di Wagner. Ma sappiamo che a Wagner non interessava la Gallura. Gli interessava il dialetto barbaricino poiché il più conservativo. Wagner riprende la tesi della colonizzazione atipica dei corsi dal geografo Le Lannou. Ma non c’è nessuna indicazione nella storia.

Cos’ha fatto la LSC in Gallura?

Le giornate della lingua sarda le hanno fatte in Gallura per instillare. Allo stesso modo la Padania esiste a furia di evocarla, e così a furia di dire che il sardo è l’unica lingua che ci rappresenta finiremo per crederci anche noi. Un esempio assurdo è l’Uffitziu de sa Limba Sarda a Tempio Pausania: una chiara provocazione.

Qual è il ruolo della Consulta Intercomunale?

La Consulta intercomunale Gallura nasce come organismo formato da rappresentanti indicati da ogni Comune. Si occupano di promuovere la parlata e diffondere e conservare per quel che è possibile, ma anche di tutelarle per l’aggressività che nasce in seguito alla legge 482 che tutela le minoranze linguistiche, dove però vi è riconosciuto genericamente il sardo. Chiediamo alla Regione la tutela piena, piena dignità.

Come sono costituite le associazioni in merito alla difesa del gallurese?

Ci sono alcune Associazioni culturali che promuovono incontri, anche nelle scuole, ma è assente in Gallura una presenza che si relazioni con i bandi regionali. Tutte le iniziative sono sporadiche: manca la comunicazione.

Lei crede che queste iniziative di difesa e di tutela dovrebbero passare dalla Regione dunque?

Devono passare dalla Regione perché queste considerazioni devono appartenere alla legge regionale, dove attualmente si citano le lingue minoritarie, ma vengono definite alloglotte. Non significa niente.

Attualmente quali sono gli obiettivi che si propone?

La situazione è complessa: il gallurese è una lingua in pericolo. Il primo obiettivo è di difendersi dall’omogeneizzazione e dalla scomparsa a seguito dell’intrusione con famiglie di parole che cancellano la parlata usuale e che la italianizzano. Cerchiamo di tenere un legame con la storia e con la cultura, difendendoci dalle aggressioni dei gruppi che vorrebbero la cancellazione di tutte le parlate. Inoltre la variante logudorese è minore rispetto alla campidanese.

Ci sono inoltre interessi più forti di carattere cattedratico e carriera universitaria e interessi legati ai finanziamenti da cui nascono queste cose che ostacolo il gallurese.

Vorrei che nelle scuole galluresi si insegnasse gallurese, così da avere un rapporto reale con la nostra realtà.

Ha qualche osservazione sul còrso parlato attualmente?

Sono molto critico a riguardo.

Ultimamente osservo che la loro lingua parlata comunemente e sostenuta dall’Università di Corte che partecipa ai convegni sul gallurese a Palau, è un bastiaccio, una lingua unificata. Quando leggo documenti dattiloscritti dell ‘800 ritrovo una lingua diversa e più varia. Per me è un’omogeneizzazione come la LSC. Quando leggo la «Ninnananna» di Cuscione, parliamo di testi vicini al gallurese. A Corte dicono, senza indagare più di tanti che “sono influenzati dal gallurese”. Ma non potrebbe essere invece il gallurese influenzato da quello?

Qual è uno dei tratti tipici della Gallura?

Il pastore gallurese che continuo a chiamare pastore anche se esclusivamente agricoltore, si è sempre spostato con la famiglia: questa è la madre delle differenze con tutto il resto della Sardegna. Ancora prima di diventare stanziale, non restava nella pinnetta. Questo tratto è caratteristico degli stazzi. Ha dato uno spessore e un rilievo alla cultura gallurese, e rappresenta per me l’essenza fondamentale delle differenze. Questo cambia il mondo. Ecco che noi culturalmente siamo differenti, ma nessuno in Gallura si sognerebbe di dire che il gallurese è il dominatore del mondo. E i barbaricini lo dicono: gli uomini della montagna sono dominatori (cit. B. Bandinu “Pastoralismo”) o quando affermano che “quelli della costa non sono sardi”.

Che tipo è il gallurese?

Mi piace citare Nino Murineddu e il suo libro “Il segreto della conca murata” dove la personalità gallurese è descritta così: un tipo che ha un legame forte con la terra, campagna, colture e sughero, granito con la famiglia. Sente una sua differenza legata a tutti questi temi con il resto della Sardegna, ma parimenti nel vortice della modernità, è tentato da atteggiamenti di rottura col passato ma che la sua educazione alla dignità, la consapevolezza dei doveri verso sé stesso e verso gli altri, lo fanno recedere dall’iniziare degli atteggiamenti delittuosi.

Ha dei consigli da lasciare alle istituzioni e ai giovani?

La sensibilizzazione sui temi. Ci vogliono assessori alla cultura che aprano un dibattito: oggi discutiamo di questo. Invitare persone in grado di dialogare con un pubblico. Dunque sensibilizzare le istituzioni, associazioni e scuole: fare dibattiti nelle scuole superiori. Lato accademico, invece di accontentarsi di teorie, si dovrebbe indagare e comunque agire in pieno dialogo. Questa come presa di coscienza di una serie di cose. Tutto ciò ha un risvolto positivo se si sa in quale direzione si va: questa disgregazione non è solo dal punto di vista culturale, ma anche produttivo. Noi abbiamo campagne abbandonate dove poi viene chiunque e installa i pali dell’eolico che non servono a nessuno, pura speculazione, alterano il paesaggio e ci porteranno dei danni, perché una volta abbandonate chi si farà carico della dismissione?

Tutte queste cose sono interconnesse. Se io non ho coscienza e consapevolezza del valore del mio territorio e del paesaggio, che mi rappresenta, come posso organizzare il territorio? Non facciamo incontri culturali per metterci la patacca di persone colte, discutiamo di temi reali.

Interconnessi sì, perché tutti siamo sardi: galluresi, algheresi, carlofortini, logudoresi, campidanesi, maddalenini, sullo stesso livello con le nostre diversità.

Fabio Nieddu

Ho 28 anni e sono Laureato in Filologia Moderna, Industria Culturale e Comunicazione presso l'Università di Sassari. Vivo in Gallura, a Tempio Pausania, dove lavoro. Mi occupo di comunicazione per aziende e privati. Collaboro con l'Università Popolare Anidra per la formazione e il benessere, e sono allievo di Tai Ji Quan. Amo la Sardegna e la Corsica, scrivo spesso in lingua gallurese e nel 2016 ho vinto la Targa Lungoni al Premio di Poesia Corso-Gallurese di Santa Teresa.