Dai dialetti alle lingue “franche”. Noi così lontani, così vicini

Dal cambiamento di un’ inflessione, si muove il termometro, strumento vigile e preciso, controllore, il cui compito è, registrare e memorizzare ogni variazione del lessico usato dalla gente di un luogo e talvolta di un’ intera regione. Ieri, il tempo aveva il compito di scandire i cambiamenti e di radicalizzarli. Oggi tutto si muove spinto dal vento globale che non ha superato ma ha snobbato gli antichi limiti naturali dell’ uomo ed ha scientemente immesso nella parlata comune, degli elementi disgreganti traendoli volutamente da lingue non limitrofe ma, mi si permetta un’ anticaglia, “barbare”. Il fine era livellare per poi dirigere, si è costruita così una moderna Torre di Babele dove molto si viaggia, si “monologa” tramite le sigle dei messaggini muti e sterili. Il risultato è, poco si approfondisce e soprattutto non si analizza, paragona e commenta. Le battute colorite, gli strambotti, i doppi sensi sono banditi e sostituiti dalle parolacce, ora è di moda l’ibrido perciò le “radici” senza l’ humus essenziale si seccano. I bottoni dei comandi stanno ben stretti nelle lunghe mani dei burattinai, stipendiati agli ordini della finanza mondiale.

Il risultato è tangibile, l’umanità è in cammino e guarda sempre avanti munita dei necessari paraocchi che non la fa deviare mentre assume energie essenziali dai frullati di linguaggi.

Queste righe si muovono da Corsica Oggi, in particolare da quella preziosa cornicetta inserita in calce a tutti i numeri del giornale in cui si legge, Parli u corsu ? Allora capisci anche l’italiano e dall’ articolo Da Cagliari a Genova, la rivincita dei dialetti d’Italia tra corsi universitari e filastrocche per bambini.

Siamo ancora capaci di assaporare quanto rimane della musica dei nostri coloriti dialetti?

Nel primo decennio del I° secolo del terzo Millennio, sembra di essere ritornati nel 1940 ed essere immersi nella trama, allora elementare, de “Il dittatore” in cui Charlie Chaplin impersonava Adenoyd Hynkel, dittatore di Tomania mentre l’alleato Bonito Napoloni dittatore di Bactria era Jack Oakie. L’autore di una delle folli tragedie del secolo scorso giocava con un mappamondo, un modesto pallone da spiaggia che alla fine scoppiava. Era l’ovvia conclusione di un’ urticante bolla di sapone.

Ne “Il Dalmatico”-Resti di un’antica lingua romanza parlata da Veglia a Ragusa e sua collocazione nella Romània appennino balcanica.(M. G. Bartoli, 1908) ha esplorato i linguaggi dell’ Adriatico orientale, quelli usati dai cittadini de l’ ex “Territorio da mar” della Repubblica di Venezia (da Capodistria alle Bocche di Cattaro),“cerchiamo di indicare le linee di demarcazione geografica dei fenomeni fonetici citati. Il fascio di linee ha il percorso seguente: prende le mosse dal golfo del Quarnero, tra Veglia e l’Istria, e raggiunge attraverso l’Adriatico la pianura Marchigiana tra le province di Macerata e Ancona. Attraversa poi gli Appennini toscani passando per la zona di confine orientale della provincia di Arezzo e quella settentrionale delle province di Firenze e Lucca. Oltrepassa poi il Golfo Ligure e comprende la Corsica e la Sardegna settentrionale, cioè la Gallura. …. non tralasciando di confrontarli con il gallurese ed il còrso.

Guarnerio ha studiato in particolare i dialetti della Sardegna settentrionale e della Corsica. Del tutto conforme alle regole fonetiche è la I sorda in Corsica e nella Gallura.

Più recenti gli studi di M. Doria (1978) che afferma “il dialetto triestino nasce il momento in cui muore il vecchio dialetto di tipo friulano che si parlava fin verso il 1830”. Sottolinea prima un lungo periodo di decadenza iniziato, “almeno un secolo prima , ossia con l’inizio di una prima timida e poi massiccia immigrazione – nel nuovo emporio triestino voluto dai sovrani austriaci Carlo VI e Maria Teresa, di gente giunta d’ogni dove (dall’ Italia , ma anche da paesi stranieri), che trovava comodo esprimersi nella nuova sede in veneziano e contrapporre in tal modo al dialetto friulaneggiante d’ uso piuttosto limitato e, non si dimentichi, espressione di un mondo, il vecchio patriziato triestino, una sorta di lingua “franca” , coincidente pressappoco con quel veneziano illustre (o meglio “coloniale”) che si parlava già da secoli a Trieste e in Istria ma che, nella nostra città valeva ancora piuttosto come lingua che come dialetto”.

Leggendo gli atti del processo istruito nel 1768 dopo l’assassinio dell’archeologo G. Winckelmann, si apprende che i testimoni ammessi a tale processo risultava così composto: 4 provenienti dal Friuli orientale, 2 dall’ Istria, 1 dal Carso, 1 dalla Carniola, 1 dalla Carinzia, 1 dall’ Ungheria, 1 dalla Svizzera, 1 da Genova, 1 da Livorno, e 5 triestini (G. Pagnini ,1964). Come si può notare, con il reale risveglio dei commerci, i rapporti umani non erano limitati da come si esprimeva l’uno o l’altro, perciò trovavano il modo di comprendersi.

In fine il genovese G. Vignoli che si è occupato delle minoranze italiane in Europa e ha fatto oggetto di ricerca il fenomeno in territori che nel dopoguerra erano stati oggetto di una sorta di autocensura, in quanto in precedenza rivendicati dal fascismo, come Nizza, la Corsica, Malta, il Ticino i Grigioni, e come Istria, Fiume, Dalmazia, Col di Tenda e Briga acquisiti dopo la prima Guerra Mondiale. Si è occupato inoltre di questioni internazionali riguardanti il Montenegro, unendo la passione per gli studi sull’Europa orientale a quella sulle minoranze italiane, si è occupato degli Italiani di Bosnia, Romania, Moldova, Macedonia e Ucraina. Ha rifondato come periodico “Il Pensiero di Nizza” voce dei nizzardi italiofoni (fondato nel 1871), e lo ha diretto per più di dieci anni.

Allontanandosi dalle analisi, dalle dotte discussioni, dalla profonda ricerca dell’ influenza di questo o quello, dopo tanto mondialismo saremo in grado di ritornare alla spontaneità delle espressioni popolari, ai doppi sensi dei a mi gobo che son drito

(anche se sono gobbo sono un dritto), alle colorite pennellate delle battute vivaci e caustiche ? Il sentiero non è stato percorso da troppi decenni, ricominciare a passeggiare di solito non riesce….ma la speranza è dura a morire.

La lingua “franca” era libera, semplice, schematica, un tempo non lontanissimo era compresa nell’ ambito mercantile di tutto il Mediterraneo. Ora esiste l’ UE dove ancora una volta, l’uno vuole sopraffare l’altro perciò non mi sembra fuori luogo riproporre questa vignetta che non è altro che una carta da gioco triestina disegnata da Bartolomeo Mengotti (Schio 1796- Trieste 1884 ?). Sono di sua produzione le così dette “carte triestine”, molto usate nelle osterie. Xe sta quel che ga inventà le figure con do teste per evitar che i zogadori volti le carte palesando cosa che i ga in man. Le carte de Mengotti gaveva el riverso con figure e batude che speso iera polemiche con el governo austriaco. La osteria dela molie gaveva per l’insegna “TRE TRE” come el riverso de un mazo de carte. Su fio Ariodante xe tornà a Trieste con la fabrica in contrada del corso 21. Il sottile spirito del nostro “cartografo” si evidenzia anche dal, il nome del figlio un po’ Ariosto ed un po’ Dante.

Una semplice carta da gioco ci rammenta che tutto si ripete: su di un fuoco vivo sta un calderone dal contenuto, l’Europa in ebollizione. Il fuoco viene ulteriormente ravvivato dall’aria insufflata da arlecchino mentre, brighella che rappresenta un triestino che intravvede dei buoni affari. Mercoledì si sono incontrati a Trieste: Emmanuel Macron, Angela Merkel, Paolo Gentiloni ed i rappresentanti delle numerose Repubbliche dei Balcani appartenenti all’ UE o in attesa di farvi parte.

Forse gli attuali brighella dovrebbero sperare ma i tempi sono cambiati e i grandi programmi si progettano ed in breve tempo si cancellano, non speriamo più.

Gianna Duda Marinelli

Autrice triestina, nota studiosa esule dall’isola di Cherso (Cres), da lungo tempo s’interessa ai temi dell’Istria, di Fiume, della Dalmazia, e ha favorito di persona incontri e amicizie tra persone di queste terre.